Rendicontazione di sostenibilità: cosa sapere prima che gli obblighi entrino in vigore
Dopo la panoramica generale dello scorso articolo (ESG: molto più di un acronimo, da dove comincia un percorso consapevole), oggi entriamo in un terreno più “giuridico” per definire i confini entro cui si muove il nostro viaggio alla scoperta degli ESG.
Proverò in modo semplice e sintetico a ripercorrere le tappe principali che hanno portato a un tema oggi centrale: la rendicontazione non finanziaria.
Quest’ultima va oltre i tradizionali indicatori economici e rappresenta uno strumento cruciale per le aziende per comunicare la loro responsabilità e sostenibilità agli stakeholder.
Perché proprio oggi?
Il percorso che ha portato agli ESG, così come li conosciamo oggi, affonda le sue radici negli anni '60 e '70, quando iniziano a emergere i primi dibattiti su ambiente e diritti civili. Ma è solo negli ultimi due decenni che vediamo un'accelerazione significativa di questa tendenza. A cosa possiamo ricondurla? Sicuramente alla crescente evidenza degli effetti del cambiamento climatico, delle disuguaglianze sociali e delle sfide di governance che le economie e le società di tutto il globo devono affrontare.
Il Rapporto Brundtland
Per chi si occupa di sostenibilità, il Rapporto Brundtland è un po’ come le uova nella carbonara: indispensabile.
Pubblicato nel 1987, definisce con chiarezza cosa intendiamo per sviluppo sostenibile:
“Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.”
Una definizione rivoluzionaria, in netto contrasto con l’idea di crescita economica dominante fino ad allora, focalizzata esclusivamente sul profitto e non sui tre pilastri che oggi chiamiamo ESG (Ambiente, sociale e Governance).
Dalla Conferenza di Rio al Libro Verde
Con la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite del 1992 (Rio Earth summit), la questione ambientale entra nell’agenda politica internazionale ed è proprio in questa fase che iniziano a farsi strada, accanto agli indicatori di carattere economico e sociale, anche gli indicatori di carattere ambientale.
Anche se ci sarebbe ancora tantissimo da dire, mi limiterò a ricordare l’importante contributo dato nel 2001 dal Libro Verde della Commissione Europea sulla Responsabilità Sociale dell'Impresa. Il Libro ha sancito l'esistenza di un legame diretto tra l'adozione di strategie e comportamenti socialmente responsabili da parte delle aziende e la capacità di porsi obiettivi di competitività, occupazioni, questioni sociali, e protezione dell'ambiente. Introduce così il concetto di Corporate Social responsibility che grazie al quale si è poi giunti agli attuali temi ESG.
Da NFRD a CSRD direttive simili acronimi diversi
Seppur manchino alla nostra panoramica altre tappe decisive, facciamo un grande salto ed arriviamo nel 2014, l’adozione della NFRD – Non Financial Reporting Directive, ossia la Direttiva 2014/95/UE, la prima norma che ha introdotto gli obblighi di rendicontazione non finanziaria. Il provvedimento obbliga, per la prima volta, una platea ristretta di grandi imprese a pubblicare informazioni non finanziarie.
I soggetti obbligati sono gli enti di interesse pubblico con 500 dipendenti e che abbiano superato uno dei seguenti limiti dimensionali:
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20 mln di euro del totale dello stato patrimoniale;
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40 mln di euro del totale dei ricavi netti delle vendite e delle prestazioni.
Le imprese sono chiamate a rendicontare politiche, rischi, obiettivi, risultati e impatti ambientali, sociali e di governance, offrendo agli stakeholder una visione più completa delle proprie attività.
All’inizio del 2021 l'Unione Europea ha presentato una proposta di revisione delle norme in materia di informativa non finanziaria e con la CSRD – Corporate Sustainability Reporting Directive, cioè la Direttiva 2022/2464/UE ha introdotto requisiti di trasparenza più stringenti sulla sostenibilità delle imprese e sugli standard di reporting.
La Direttiva ha previsto un’applicazione progressiva dal 2024 al 2028 a seconda delle dimensioni delle imprese. Il numero di aziende che si intendeva coinvolgere passava a circa 50.000, rispetto alle 11.000 previste dalla NFRD.
Gli Obiettivi dietro la CSRD
Con la Direttiva CSRD l'Unione Europea ha voluto perseguire un obiettivo duplice: da un lato aumentare la trasparenza sulle performance ESG dall‘altro fornire dei dati che fossero confrontabili sia a livello europeo che settoriale. Per questo motivo ha incaricato un gruppo di esperti indipendenti per elaborare ESRS (European Sustainability Reporting Standards) ovvero degli standard tecnici che definiscono metriche, requisiti e modalità di rendicontazione.

Il famoso “Stop the clock”
Nel 2025 la Commissione Europea ha avviato un processo di revisione della normativa sulla sostenibilità attraverso il pacchetto Omnibus, che prevede, tra le altre misure, il rinvio di alcuni obblighi di rendicontazione per determinate categorie di aziende.
L’obbligo di redigere e pubblicare il report di sostenibilità si applicherà esclusivamente alle seguenti imprese:
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Imprese con sede nell'UE: con almeno 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro;
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Imprese extra-UE: con un fatturato netto superiore a 450 milioni di euro nell'UE, includendo succursali e imprese "figlie" con fatturato superiore a 200 milioni di euro nel mercato unico.
Buona notizia? Sì… ma non troppo
Bloccare le lancette è stato un segnale, per certi versi deludente (gli effetti del cambiamento climatico non possono essere arrestati e di certo non si può fermare il “tempo"). L’aver posticipato di due anni l'applicazione degli obblighi per diverse categorie di organizzazioni in un primo momento può aver lasciato un po’ di amaro in bocca; però se analizziamo a fondo le ragioni che hanno spinto la Commissione ad avviare questa revisione, possiamo dire che rappresentano certamente un bel "regalo" per le imprese.
La Commissione, ha valutato che l'impegno richiesto risultava essere eccessivo per una platea di aziende non ancora pronte a fare un salto di tale portata. Questo però non significa che le imprese siano tenute a rimandare le iniziative in termini di sostenibilità. Anzi, è importante usare questo tempo per ideare, con un'adeguata preparazione, una strategia in ottica di sostenibilità.
Conclusioni
Se sei arrivato fino qui ti ringrazio perché, rispetto al precedente articolo, l’argomento di oggi è sicuramente un po’ più tecnico. Tuttavia, era necessario per farti comprendere le ragioni per le quali la sostenibilità non è più un tema da ignorare e continuare a rimandare.
Conoscere l’evoluzione normativa ci permette di comprendere quali scelte saranno obbligate e quali rappresentano invece un’opportunità strategica per la competitività della nostra organizzazione.
Il percorso di innovazione in termini di sostenibilità della tua azienda non può passare per l'obbligatorietà. La scelta di preservare la competitività della tua organizzazione non può essere imposta da altri ma deve nascere dalla volontà di proteggere il valore dell’azienda, anticipare i rischi e cogliere nuove opportunità.
Se desideri comprendere quali impatti le nuove disposizioni possono avere sulla tua organizzazione, possiamo affiancarti con una prima analisi della situazione aziendale e definire insieme un percorso concreto e proporzionato alle caratteristiche della tua impresa.

